dEUS, Arena del Lago, Modena, 9/9/2010


Sono abituato alla festa dell’Unità di Bologna (che si chiama, forse unica in Italia, ancora festa dell’Unità). Mezz’ora di coda per parcheggiare, lontano, cinque euro cinque per il parcheggio, pub brasiliani, concessionarie d’auto, ristoranti da 40 euro a testa, coda per mangiare, per bere una birra o semplicemente per spostarsi da uno stand all’altro.

Quando arriviamo alla festa del PD di Modena mi sembra, di conseguenza, di stare in una realtà parallela. È tutto organizzatissimo, il parcheggio interno enorme e a soli due euro, spazi larghi nonostante sia visibilmente più piccola rispetto alla sorellastra bolognese, una ricca programmazione di spettacoli di cabaret e concerti tutti gratuiti (ad eccezione di Carmen Consoli), compreso quello dei dEUS.

Mezz’ora prima dell’inizio del concerto l’Arena del Lago è deserta, forse per il tempo, che dal pomeriggio sembra promettere pioggia anche per la serata, o forse perché semplicemente alle 21 erano tutti ancora alle prese con le lasagne di mammà. L’atmosfera è di conseguenza surreale, quando Tom Barman e compagni escono puntualissimi sul palco. Nemmeno le poste aprono in orario, in Italia, di certo non siamo abituati ai live che iniziano all’ora indicata.

La prima canzone è Little Arithmetics, da “In a Bar, Under the sea”, ballata lenta, con esplosione psichedelico-noise nel finale. Dal loro repertorio potevano scegliere due strade diverse per la scaletta, una “leggera”, più intima e battuta, e una rumorosa. Nonostante l’inizio tranquillo, già da The Architect, spogliato dalle derive funky presenti nella versione da studio, si capisce che il concerto sarà più tirato del previsto. Con l’Arena che lentamente si va riempiendo, i dEUS cambiano marcia, infilando Instant street e Sun Ra. Barman si agita, scalda la platea, si taglia persino con la corda della chitarra, sembra divertirsi. Lo spettacolo decolla. Il gruppo belga prova allora alcuni inediti dall’album in uscita il prossimo anno. Non è certo musica di facile ascolto, la loro. Dentro c’è di tutto, dal Jazz ai Pixies, molta psichedelia, i Vevet Underground, dal vivo i suoni della chitarra rasentano il grunge più duro dei Nirvana, senza tuttavia sembrare mai scollati o disomogenei. Dopo vent’anni di carriera e diversi cambi di formazione, conservano potenza, precisione e voglia di sperimentare. Suonano un’ora e un quarto filata, set greatest hits più da festival che da tournee (ma tant’è, vista la cifra non spesa per il biglietto non ci si può certo lamentare), prima dei tre obbligati bis, tra i quali la più attesa Suds & Soda, sporca più della versione da studio, ma carica, ipnotica e spiazzante, e probabilmente l’esempio più riuscito di come i Deus siano riusciti a fondere generi apparentemente lontanissimi tra loro ottenendo un sound personale, distintivo e originale.

A Modena fa decisamente più freddo che a Bologna, unico neo della festa per altro di certo non attribuibile all’organizzazione. A malincuore ci perdiamo il dopo concerto, nello stand dell’ARCI accanto all’Arena. Sembra che Tom Barman e gli altri membri del gruppo abbiano partecipato altrettanto attivamente, concedendosi per autografi, foto, birre e chiacchiere con i fan rimasti. Peccato dover lavorare l’indomani mattina, dover rientrare, non avere un maglione in più, ché una birretta e magari anche qualche foto ricordo con gli “dei” valeva ben tre euro e due gradi in meno sul termometro.

(di Marco Spanghero e Francesca Sara Cauli)

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